March Division – “Absence” – recensione

Oggi mi ritrovo qui a parlarvi, dopo aver ascoltato in maniera quasi compulsiva, di “Absence”, l’ultimo EP dei March Division, la band lombarda formata da Andy Vitali (voce, chitarra, synth, programming), Emanuele Platania (batteria, percussioni, drum machine) e Mattia Pissavini (tastiere, synth, produzione).  Il trio ci regala dal 2012 album (“Radio Daydream”, “Dynamo Friends”, “Post Meridian Soul”,etc.) e canzoni che sono il canto disperato una società odierna ormai sfinita con testi inneggianti a riflessioni sociali e private contestualizzate in clima suburbano, in cui la musica diviene un vero e proprio grido di aiuto e protesta dal sensitivo e sensoriale a cui siamo sottoposti ogni giorno.

Con “Absence” uscito nel 2107, si ripresenta e conferma un suono che spazia dal brit pop al synth pop fino ad arrivare alla musica elettronica; le chiare tinte rock di fine anni ’90 sono difatti accompagnate dai suoni cupi e sintetizzati, tipici della New Wave britannica (New Order, Joy Division e Depeche Mode) in cui tastiera si alterna a voce e batteria, e che definitivamente ci fa muovere a suon di balletti epilettici.

La tracklist presenta 7 tracce :

Shake me gently

Un opener danzereccia caratterrizzata da suoni inaspettati del synth , che richiama il gusto dei primi Kasabian, con L.S.F., un inno risvegliarsi alle nuove e giovani generazioni, un invito a riscattare il proprio futuro.

Pale Noon

La perla di questo album. sonorità cupe che si accompagnano a una base che va in loop, una qualità che riprende l’elettronica sprizzante di energia tipica di gruppi come i Digitalism. Una chicca di suoni e melodie che non può essere che non essere ascoltata again and again.

Down by the sea

Canzone dal clima rarefatto e offuscato, che ricorda il senso di smarrimento che si prova di fronte agli imprevisti nella vita, un invito a non accontentarsi delle cose semplice solo per paura delle difficoltà.

Acid Blood

Domina l’elettronica e il canto ritmato, altro richiamo al cosi detto wake up dal torpore moderno

Hate can’t divide us

La traccia dai torni più sereni dell’intero album, sia per melodie che per testo, che prega per una riappacificazione sociale priva di odio razziale.

Social breakdown

Assieme all’ultima traccia , Feelings, è distinto e chiaro il suo taglio più radiofonico e deciso. Testo che grida il bisogno di rompere le regole sociali che imprigionano e isolano l’individuo del ventunesimo secolo.

Feelings

Ultimo canto disperato, in cui spiega il disagio che si prova nel mascherare i propri sentimenti, per doversi uniformare al buonismo sociale.

In definitiva un album che mi ha coinvolto parecchio, sia per le melodie sintetizzate, che adoro dai New Order e Depeche Mode, ma soprattutto per il carico contenuto sociale, un mix di energia e informazione degna di nota!
Voto 8