Opera 23 – “Internal with figures, lights. And Shadows” – recensione

Che il tempo sia una variabile ormai non c’è bisogno di chissà quale esperimento del CERN ad attestarcelo. Basta, idealmente, mettere sul piatto “Internal with figures, lights. And Shadows” di Opera 23 (al secolo Vincenzo Germano). Il disco, concepito e realizzato tra Barcellona e Bologna, rende perfettamente una dimensionalità ultraterrena, convincendoci più di mille teorie e complicatissimi calcoli, dell’esistenza del “Multiverso”. Ogni singolo brano viene spezzato in mille loop consimili. Il grande restituisce il piccolo, come fossimo intrappolati in un eterno frattale. Si gioca su pochissimi elementi. Se nell’Universo che viviamo è il carbonio il collante di tutto, qui è la modulazione. Sapientemente i suoni si stirano, si dilatano, oppure si contraggono. E’ questo che misura il brano e non la durata in minuti dello stesso. Si passa da un alveolo all’altro dell’organismo musicale con pochissime variazioni sul tema, eppure, affacciandoci su ciascuno dei brani, si scorgono visioni che pensavamo perse, nell’infanzia o in un futuro lontanissimo che forse mai vivremo. La musica non c’è quasi più. C’è azoto liquido, ossigeno, carbonato di calcio. E’ chimica, è fisica quella di Opera 23. Non è più musica. E’ iper-musica. Si va oltre la colonna sonora, oltre l’elettronica. Si arriva in quella dimensione dell’onniscenza dove ci viene svelato cosa Scarlett Ingrid Johansson dica a Bill Murray alla fine di “Lost in Traslation”. Improvvisamente siamo padroni delle risposte racchiuse nel numero 42 dei romanzi di Douglas Adams, seguiamo James Cole nelle sue indagini multi-temporali (L’esercito delle 12 Scimmie), recitiamo i passi della Bibbia suggerendole all’orecchio di Eli (Codice Genesi)…

Registrato e mixato da Giuliano Cobelli, il disco è un viaggio senza ritorno verso le infinite possibilità che questa vita ci presenta ogni giorno. Ci mette davanti a noi stessi e come un Dio crudele ci punta l’arma delle multi-scelte alla tempia. Qualsiasi scelta opereremo di qui in avanti constateremo la morte di tutte le altre ipotesi possibili. Questo disco non è un disco, ma una muta sentenza sull’uomo del XXI secolo. Un niente prigioniero delle onde. Delle onde gravitazionali. Delle onde sonore. Delle alte onde oceaniche che l’ascolto di questo disco ci ha permesso di attraversare perigliosamente.

Arriviamo indenni all’ottava traccia. Il viaggio è finito. Il porto pare finalmente sicuro. E invece no, si ricomincia. Semplicemente perché abbiamo deciso di ripremere “play”!

a cura di Max