Con un percorso artistico che attraversa generi e confini geografici, i Love Ghost tornano con un nuovo progetto discografico intitolato “Thirteen”. Un disco viscerale che spoglia la band dalle sonorità più aggressive del passato per abbracciare un’essenza acustica e midwest grunge. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con loro per esplorare la genesi di questo capitolo così intimo.
“Thirteen” viene descritto come il tuo album più vulnerabile finora; è legato all’età in cui sei stato espulso da scuola e hai iniziato, per la prima volta, a sentirti un emarginato. Com’è stato tornare a quei ricordi d’infanzia e perché hai sentito il bisogno di raccontare queste storie attraverso un sound grunge acustico?
Sì, è proprio questa la genesi dell’album, che però contiene anche molte storie attuali, legate a relazioni ed emozioni che sto vivendo proprio ora. Tornare a confrontarsi con i traumi dell’infanzia non è mai facile, e analizzare come questi si insinuino nella mia vita odierna è un’esperienza piuttosto straziante; credo però che, per me, abbia rappresentato una catarsi di cui avevo bisogno. Ho scelto di raccontare tutto questo attraverso un sound grunge acustico perché è il genere con cui ho iniziato a scrivere musica, agli esordi della mia carriera. Per me, questo album è come un uroboro: rappresenta la mia nascita come artista, la mia autodistruzione, l’infinito e la natura cinica del tempo e dell’universo.
Per questo disco hai lavorato a stretto contatto con il rinomato produttore Mike Summers (noto per le sue collaborazioni con Eminem e Tech N9ne). Com’è nata questa collaborazione e in che modo Mike ti ha aiutato a spogliare la tua musica, arrivando a un equilibrio sonoro così intimo?
In realtà, collaboro con Mike Summers, a fasi alterne, dal 2021; c’è una grande sintonia tra noi e una comprensione intuitiva della musica che creiamo. Ci siamo conosciuti tramite il management con cui lavoravo all’epoca e siamo rimasti in contatto nel corso degli anni. Mike ha compreso perfettamente l’universo che volevo costruire con questo album: volevamo mettere in luce un volto diverso dell’America. Cosa prova un ragazzo che vive in un parco di case mobili e viene rifiutato dalla ragazza dei suoi sogni? Cosa prova chi lavora in un’acciaieria in Iowa e sogna di diventare un atleta famoso? Volevamo raccontare quella distopia del Midwest attraverso una lente che, solitamente, non riceve molta attenzione. Sapevamo esattamente cosa volevamo fare fin dall’inizio.
Il video musicale ufficiale di “Turpentine This House” trasmette un intenso senso di nostalgia domestica. Il testo fonde il dolore di un amore non corrisposto con la tua esperienza diretta dell’incendio di Eaton del 2025: come trasformi una catastrofe reale e il tuo legame con la casa in materia prima per una canzone?
Beh, per me scrivere e tenere un diario è una forma di terapia; avevo molto di cui liberarmi e questo è stato il modo in cui l’ho fatto. I pensieri nella mia testa diventano molto rumorosi, finché non iniziano a tormentarmi: se non li metto nero su bianco, rischio di crollare e perdere il senno. Il mio rapporto con la casa è complesso. Quando cresci in un luogo, finisci per provare sia un grande amore che un profondo odio nei suoi confronti; vederlo andare in fiamme è stato, in un certo senso, terapeutico: è stato come bruciare via i miei brutti ricordi personali. Detto questo, riconosco che si tratta di una tragedia e non provo alcun piacere o compiacimento per il fatto che tutto ciò sia accaduto ad altri.
Al centro dell’album si trova una trilogia cinematografica (“Snake Boy”, “Blood and Roses”, “Dog Teeth and Rosaries”) ispirata al mito di Adamo ed Eva, arricchita da sonorità vintage, come il rumore di un proiettore o quello delle audiocassette degli anni ’90. Come è nata questa trilogia?
La trilogia è nata dal mio fascino per la mitologia, in particolare dall’idea che certe storie sopravvivano per millenni perché riescono a esprimere qualcosa di profondamente umano. Il racconto di Adamo ed Eva è, ovviamente, una delle allegorie più antiche su temi come l’innocenza, la tentazione, la conoscenza e la perdita del paradiso. Tuttavia, non mi interessava tanto riproporre la narrazione biblica, quanto piuttosto utilizzarla come cornice psicologica e filosofica. Ho iniziato a concepire questi tre brani come movimenti distinti all’interno di un’unica narrazione. “Snake Boy”, “Blood and Roses” e “Dog Teeth and Rosaries” esplorano, ognuno a suo modo, un aspetto diverso di quel mito. Trovo affascinante il legame tra innocenza e corruzione, e il modo in cui l’acquisizione della conoscenza possa, al tempo stesso, liberarti e distruggere il mondo che credevi di conoscere. In un certo senso, crescere è una sorta di espulsione dall’Eden. Volevo inoltre che la produzione rafforzasse quella sensazione di ricordare qualcosa che, forse, non è mai esistito esattamente come lo si ricorda. Da qui nascono i suoni dei proiettori, le sonorità tipiche delle audiocassette e altri elementi nostalgici. Amo le imperfezioni dei vecchi supporti di registrazione: possiedono un’intimità intrinseca, ma anche qualcosa di inquietante. Un’audiocassetta si deteriora, un proiettore cinematografico tremola, e i ricordi, col passare del tempo, si distorcono. Ho pensato che queste consistenze potessero fungere quasi da ulteriore personaggio all’interno della trilogia. In definitiva, volevo che i tre brani non apparissero tanto come composizioni a sé stanti, quanto piuttosto come frammenti di un film più ampio, quasi mitologico. Qualcosa che si colloca a metà strada tra un ricordo d’infanzia, un sogno febbrile e un’antica parabola. Credo che l’arte più interessante sia quella che permette alle persone di interpretarne il simbolismo attraverso il filtro delle proprie esperienze; per questo ho scelto deliberatamente di lasciare parte di tale mitologia irrisolta.
Per il brano “Pointless”, hai scelto di pubblicare un notevole video in stile anime, incentrato sul tema della depressione e sul rifiuto delle aspettative sociali. Da dove nasce l’esigenza di attingere ai codici dell’animazione giapponese per molti dei tuoi video?
Curiosamente, esiste un film horror giapponese uscito proprio nell’anno in cui sono nato, intitolato “Love Ghost”; tuttavia, non ha alcun legame con il mio progetto. Sono sempre stato un grande appassionato di anime giapponesi, quindi, quando non dispongo del budget o del tempo necessari per realizzare un video musicale ufficiale, assemblo clip tratte da anime per accompagnare i miei brani.
Dall’esplorazione della perdita dell’innocenza in “Into The Woods” ai traumi generazionali in “Something in the Water”, fino alle ferite profonde raccontate in “Filthy Hands”, questo disco affronta tematiche molto intense. C’è un brano in particolare a cui ti senti più legato emotivamente, o uno che è stato particolarmente difficile da scrivere?
Sì, senza dubbio “Filthy Hands”. Non voglio indorare la pillola né girarci intorno: quel brano parla di abusi sessuali. È una canzone profondamente personale, bellissima, ma è stata molto difficile da scrivere e, ancora oggi, faccio fatica ad ascoltarla. Ma penso anche che sia innegabile. Ho paura di pubblicarlo, ma allo stesso tempo ne sono entusiasta.