LOVE GHOST – è uscito “Dead brother” – recensione

Segnatevi questo nome: LOVE GHOST. Siamo convinti che saranno di qui a breve la “cosa nuova” del mercato americano. Li avevamo già recensiti per il precedente singolo d’esordio “Let It All Burn”, ma in un lasso di tempo brevissimo la band formalizza un’evoluzione pazzesca.

Presentano adesso il loro secondo lavoro ufficiale, il video del brano intitolato “Dead Brother”. Impossibile non annotare quanto è cresciuto il sound della band. La produzione è ancora una volta affidata a Danny Sabre (The Rolling Stones, U2, David Bowie, Marilyn Manson, ecc.). La regia del video è firmata da Jeff Daniel Philips che, a sua volta, ha recitato in tanti film di Rob Zombie.
I ragazzi si stanno facendo le ossa, palco dopo palco (hanno appena completato un lungo tour che li ha portati a girare Irlanda, Giappone ed Ecuador). Hanno acquistato maggiore sicurezza sugli strumenti approdando ad un sound più rotondo. Smaccato l’uso dei reverberi e dei delay, destinati ad evocare i migliori Smashing Pumpkins, senza cadere nella trappola dell’imitazione. Ancora un po’ adolescenziali i testi e le tematiche ad essi legate. Ma avendo vissuto pochissimo (sono tutti poco più che adolescenti) è normale che si rifacciano ad un immaginario flebile e stereotipato. Ci penserà la vita a “sporcarli” e fargli sgorgare parole realmente insanguinate di quel plasma che al momento imbratta solo la faccia del singer che forse, ci permettiamo di dire, gioca un po’ troppo a fare il “maledetto”. Ma ce n’è! Cresceranno. Si svincoleranno dai cliché in cui (un po’ come nel primo video) sono inciampati. Si rialzeranno e ci insegneranno cos’è ancora il rock’n’roll.

Continuano ad essere un diamante grezzo, ma già con questo secondo singolo si intuisce che la pietra che li imprigionava è spaccata e si è arrivati già al prezioso minerale. Dopo il primo ritornello, le dinamiche calano, viene fuori una chitarra alla Black Hole Sun dei Soundgarden. Siamo ancora in “zona citazione”. Non si plagia. Tutto è meravigliosamente coerente. Ancora una volta, una spanna sopra tutti si distingue il sound e lo stile del drummer Samson Young, una delle più belle promesse americane di questo strumento, in questo genere. Nel mare della banalità che sentiamo quotidianamente, ci pare di scorgere barlumi di un fulgido sole “malato” e non vediamo l’ora che presentino il loro primo full length, dalle cui registrazioni, sono già da un po’ impegnati. Li aspettiamo con vera brama.

a cura di Max